
Medicina Rigenerativa
Bruciore, secchezza e fastidio durante i rapporti vengono spesso archiviati come conseguenze inevitabili dell'età. È il motivo per cui, in ambulatorio, di atrofia vaginale si parla poco e quasi mai per prima dalla paziente.
In Image Regenerative, nelle sedi di Milano e di St. Moritz, il trattamento ginecologico rigenerativo viene proposto per questo tipo di quadro, quando le terapie di prima linea non bastano più oppure non sono utilizzabili.
Vediamo che cos'è l'atrofia vulvovaginale, come si riconosce, quali cure esistono oggi e in quali situazioni un approccio rigenerativo aggiunge qualcosa a ciò che le terapie consolidate già offrono.
L'atrofia vulvovaginale è un processo degenerativo dei tessuti genitali che dipende dalla riduzione degli estrogeni circolanti. Senza quello stimolo ormonale l'epitelio vaginale si assottiglia, la produzione di glicogeno cala, il pH si alza e la flora lattobacillare si impoverisce. Il tessuto perde elasticità, vascolarizzazione e capacità di lubrificarsi, e diventa più vulnerabile alle microlesioni e alle infezioni ricorrenti.
Negli ultimi anni la terminologia è cambiata. Si parla di sindrome genitourinaria della menopausa, un'espressione più ampia che comprende anche i sintomi urinari, perché gli stessi recettori per gli estrogeni sono presenti nell'uretra e nel trigono vescicale. La definizione aiuta a capire perché molte donne arrivano dall'urologo prima che dal ginecologo.
La differenza clinica più importante riguarda il decorso. Le vampate e i disturbi del sonno tendono ad attenuarsi col passare degli anni, mentre l'atrofia progredisce se non viene trattata.
Una revisione sistematica pubblicata su Menopause, che ha raccolto ventisette studi, segnala inoltre che la salute vaginale viene discussa raramente durante le visite, che la conoscenza delle opzioni terapeutiche resta bassa e che la maggioranza delle donne con questi sintomi si dichiara insoddisfatta del trattamento utilizzato.

La causa principale è la caduta estrogenica della menopausa, fisiologica e progressiva. Esistono però situazioni che producono lo stesso quadro in età più giovane, e riconoscerle evita diagnosi tardive. Rientrano in questo gruppo la menopausa chirurgica dopo asportazione delle ovaie, le terapie oncologiche che sopprimono la funzione ovarica, l'uso prolungato di contraccettivi a basso dosaggio e la fase dell'allattamento, in cui la carenza di estrogeni è temporanea ma può risultare molto fastidiosa.
I sintomi con cui le pazienti si presentano in visita sono abbastanza riconoscibili:
Nell'esperienza del nostro team il motivo più frequente del ritardo diagnostico è l'interpretazione dei sintomi urinari come un problema separato. Quando invece vengono letti insieme a quelli genitali, il quadro diventa coerente e il percorso terapeutico si accorcia parecchio.
La vaginite atrofica è la manifestazione infiammatoria dell'atrofia, e si distingue da una vaginite infettiva per alcuni elementi concreti. L'aspetto della mucosa è pallido e assottigliato, con una vascolarizzazione superficiale visibile e una perdita delle pieghe caratteristiche. Le secrezioni sono scarse e non maleodoranti, al contrario di quanto accade nelle forme batteriche, e il pH misurato in ambulatorio risulta alto.
La diagnosi resta clinica e si basa sulla visita, eventualmente integrata dalla misurazione del pH vaginale e da un esame colturale quando serve escludere una sovrainfezione. Non servono accertamenti complessi, e vale la pena chiarirlo alle pazienti che arrivano preoccupate di dover affrontare un percorso diagnostico lungo.
Un elemento che facilita il riconoscimento è la cronologia. I sintomi si installano lentamente, nell'arco di mesi, peggiorano con continuità e non hanno le remissioni spontanee tipiche delle forme infettive. Quando una donna racconta un fastidio che dura da un anno e che si è aggravato gradualmente, l'ipotesi atrofica è la prima da considerare. Resta comunque utile escludere le dermatosi vulvari, perché un lichen scleroatrofico può sovrapporsi all'atrofia e richiede una gestione diversa, fatta di controlli programmati nel tempo e di una terapia topica dedicata.
Il primo livello di intervento comprende idratanti vaginali e lubrificanti. Sono prodotti diversi fra loro, perché i lubrificanti agiscono al momento del rapporto mentre gli idratanti vanno applicati con regolarità per mantenere il trofismo della mucosa. Rappresentano l'opzione più accessibile e la più usata, e nelle forme leggere possono bastare.
Quando il quadro è moderato o grave si passa agli estrogeni locali, che restano il riferimento terapeutico. Somministrati in crema, ovuli o anelli a rilascio prolungato, agiscono direttamente sul tessuto con un assorbimento sistemico contenuto, e migliorano spessore epiteliale, lubrificazione ed elasticità. Il loro limite è la continuità, perché il beneficio si mantiene finché la terapia prosegue e tende a regredire alla sospensione.
Esiste poi un gruppo di pazienti per cui gli estrogeni, anche locali, richiedono cautela o sono esclusi. Si tratta soprattutto delle donne con una storia di tumore ormonosensibile, che sono numerose e che spesso convivono con sintomi importanti senza avere a disposizione una strada terapeutica semplice. È la ragione per cui le alternative non ormonali hanno un peso clinico reale e non rappresentano una curiosità marginale.
L'ospemifene è un modulatore selettivo dei recettori estrogenici che si assume per via orale, una compressa al giorno insieme al cibo. Agisce come un estrogeno sul tessuto vaginale senza comportarsi da estrogeno sugli altri organi bersaglio, e nell'Unione europea è autorizzato per il trattamento dell'atrofia vulvovaginale sintomatica da moderata a grave nelle donne in postmenopausa. È una molecola soggetta a prescrizione medica, non un integratore da banco.
Come ogni farmaco ha un profilo di sicurezza da conoscere. Gli effetti indesiderati più comuni comprendono vampate di calore, cefalea, spasmi muscolari, infezioni fungine vaginali e sanguinamenti lievi. L'uso è escluso in presenza di trombosi venosa, tumore al seno o altri tumori estrogeno-dipendenti, sanguinamento vaginale non spiegato e iperplasia endometriale, condizioni che vanno verificate prima di iniziare la terapia.
Gli ovuli vaginali, a seconda della formulazione, possono contenere estrogeni a basso dosaggio, acido ialuronico, vitamina E oppure prasterone. Quelli non ormonali sono utili per mantenere l'idratazione e il comfort, con un'azione prevalentemente sintomatica. La scelta fra le diverse opzioni dipende dalla gravità del quadro, dalla storia clinica e dalla disponibilità della paziente a seguire una terapia continuativa.
Il laser vaginale, nelle versioni a CO2 o a erbio, produce un danno termico controllato che stimola il rimodellamento del collagene e un miglioramento del trofismo. Richiede più sedute e sessioni di mantenimento, e la sua azione si esercita soprattutto sugli strati superficiali della mucosa.
L'approccio rigenerativo parte da un principio diverso. Il tessuto adiposo autologo microframmentato, prelevato dalla paziente stessa in anestesia locale e processato con il sistema brevettato dal Prof. Carlo Tremolada, viene infiltrato nei tessuti vulvovaginali per portare una matrice ricca di cellule mesenchimali e di fattori che sostengono la rigenerazione in profondità. La procedura richiede dai sessanta ai novanta minuti e nella maggior parte dei casi si esegue in una sola seduta.
Opzione | Come agisce | Da sapere |
Idratanti e lubrificanti | Sollievo sintomatico, nessuna azione sul tessuto | Applicazione regolare, adatti alle forme leggere |
Estrogeni locali | Ripristinano spessore e lubrificazione dell'epitelio | Beneficio legato alla continuità della terapia |
Ospemifene orale | Azione estrogenica selettiva sul tessuto vaginale | Soggetto a prescrizione, con controindicazioni definite |
Laser vaginale | Rimodellamento del collagene superficiale | Più sedute, con mantenimento periodico |
Tessuto adiposo microframmentato | Rigenerazione profonda con tessuto della paziente | Seduta singola, senza ormoni, valutazione preliminare |
Sul piano delle evidenze serve precisione. Lo studio di Casarotti, Chiodera e Tremolada ha seguito tre donne con atrofia urogenitale postmenopausale per trentasei mesi, documentando un miglioramento dei sintomi mantenuto nel tempo e, alle biopsie di controllo, una ripresa della produzione di glicogeno e della vascolarizzazione con ritorno a un pH acido.
È una serie di pochi casi con follow-up lungo, quindi un segnale incoraggiante e non una prova su larga scala, e alle pazienti va presentata per quello che è.
Il criterio più semplice riguarda la durata e l'impatto. Un fastidio che persiste da più di qualche settimana, che condiziona la vita sessuale o il sonno, o che spinge a rinunciare ad attività quotidiane, merita una visita ginecologica indipendentemente dall'età. La visita serve anche a distinguere l'atrofia dalle altre condizioni che danno sintomi simili, e permette di impostare subito la terapia più adatta al quadro osservato.
Esistono poi situazioni che richiedono un controllo senza attendere. Vanno valutate rapidamente queste circostanze.
Nell'esperienza del nostro team l'errore più comune resta l'autotrattamento prolungato con prodotti da banco, che sposta in avanti la diagnosi di mesi. L'atrofia risponde bene quando viene inquadrata, e il momento giusto per inquadrarla è il primo in cui disturba davvero la vita quotidiana.
Sì. Gli idratanti vaginali non ormonali, gli ovuli a base di acido ialuronico, il laser e il trattamento con tessuto adiposo autologo sono tutte strade che non prevedono la somministrazione di estrogeni. Questa possibilità è particolarmente rilevante per le donne con una storia di tumore ormonosensibile, nelle quali la terapia estrogenica richiede cautela o viene esclusa.
Dipende dall'opzione scelta. Idratanti ed estrogeni locali mantengono il beneficio finché vengono usati con regolarità, il laser richiede sedute di mantenimento periodiche, mentre il trattamento rigenerativo con tessuto adiposo punta a un effetto più prolungato nel tempo, documentato in una piccola serie di casi fino a trentasei mesi. La valutazione iniziale serve anche a stabilire quale orizzonte sia realistico.
Tende a progredire se non viene trattata, e in questo si distingue da altri sintomi della menopausa che si attenuano spontaneamente. È il motivo per cui conviene intervenire presto: i tessuti rispondono meglio quando il processo è meno avanzato e la qualità della vita non si è già adattata al fastidio.
Sì, e va fatto in accordo con l'oncologo curante. Le opzioni non ormonali restano disponibili, dagli idratanti vaginali al laser fino al trattamento con tessuto adiposo autologo, che non introduce ormoni nell'organismo. La valutazione congiunta permette di scegliere la strada compatibile con la terapia oncologica in corso.
Contenuto rivisto dal comitato medico-scientifico di Image Regenerative. Le informazioni riportate hanno finalità divulgativa e non sostituiscono la visita specialistica.
regenerative-medicineRingiovanimento del décolleté: come curare collo e scollatura, dalle rughe del collo agli anelli di Venere. Trattamenti, filler e biostimolazione per la pelle.
regenerative-medicinePeptidi, NAD+ e GLP-1: perché tutti ne parlano. Cosa sono, come agiscono e a cosa servono queste molecole tra energia, dimagrimento e anti-aging. Scienza e hype.
regenerative-medicineOssigeno ozono terapia: cos'è, a cosa serve e quali benefici offre per ernia del disco e schiena. Come funziona, costi, se è mutuabile e controindicazioni.
Se hai bisogno di maggiori informazioni, contattaci per telefono +39 02 76280736, via WhatsApp o email info.milano@imageregenerative.com, oppure utilizza il form qui sotto.