
Medicina Rigenerativa
Una spalla che fa male di notte, che sveglia quando ci si gira sul fianco e che rende faticoso allacciare un reggiseno o prendere un oggetto dallo scaffale alto: il quadro con cui si presenta una sofferenza della cuffia dei rotatori è quasi sempre questo.
In Image Regenerative, nelle sedi di Milano e di St. Moritz, il trattamento Lipogems ortopedico rappresenta la risposta rigenerativa a un problema che per anni ha avuto due sole strade percorribili, convivere con il dolore oppure operare.
Tra questi due estremi esiste oggi un terreno intermedio, costruito sulla capacità dei tessuti di ripararsi quando ricevono i segnali biologici giusti. Vediamo che cos'è la cuffia dei rotatori, come si riconosce una lesione, che cosa può fare davvero la riabilitazione e in quali casi l'approccio rigenerativo cambia il percorso.

La spalla paga in stabilità quello che guadagna in mobilità, perché la testa dell'omero è molto più grande della superficie glenoidea su cui appoggia, e a tenerla centrata durante ogni movimento provvede un manicotto di quattro tendini che avvolge l'articolazione. Sono questi i muscoli che compongono la cuffia dei rotatori:
· Il sovraspinato, che scorre nello spazio stretto tra testa omerale e acromion e avvia l'elevazione del braccio, è il più esposto e il più frequentemente coinvolto nelle lesioni.
· Il sottospinato, situato posteriormente, governa la rotazione esterna e stabilizza la testa omerale durante i movimenti sopra la testa.
· Il piccolo rotondo, il più piccolo dei quattro, collabora alla rotazione esterna e mantiene centrata l'articolazione nei gesti di forza.
· Il sottoscapolare, l'unico posto anteriormente, è responsabile della rotazione interna ed equilibra la trazione esercitata dagli altri tre.
Il loro lavoro è silenzioso e continuo, e mentre il deltoide produce il movimento ampio la cuffia impedisce alla testa omerale di risalire. Quando anche uno solo di questi tendini perde continuità l'equilibrio dell'intero complesso si altera, lo spazio sottoacromiale si riduce e il conflitto meccanico accelera la degenerazione dei tendini rimasti. È il motivo per cui una lesione trascurata tende ad allargarsi nel tempo invece di stabilizzarsi.
Il sintomo che orienta più di ogni altro è il dolore notturno. Chi ha una sofferenza della cuffia lo descrive come profondo, mal localizzato, irradiato verso la faccia laterale del braccio, e riferisce di svegliarsi appena si appoggia sul lato interessato. Di giorno il fastidio si concentra nell'arco di movimento compreso tra i sessanta e i centoventi gradi di elevazione, l'intervallo in cui il tendine viene compresso contro l'acromion.
Alla componente dolorosa si affianca la perdita di forza, che il paziente riconosce prima nei gesti sopra la testa e poi nelle attività quotidiane. Nelle lesioni ampie compare il segno più caratteristico, cioè il braccio che cede quando viene lasciato libero dopo essere stato sollevato passivamente.
Le cause si dividono in due categorie che spesso convivono. Le lesioni degenerative maturano lentamente, per usura del tendine, riduzione della vascolarizzazione con l'età e microtraumi ripetuti, e sono le più frequenti dopo i cinquant'anni, nelle professioni che richiedono lavoro con le braccia sollevate e negli sport di lancio o di racchetta. Le lesioni traumatiche derivano invece da una caduta sul braccio esteso o da un movimento di trazione improvviso, e possono interessare anche spalle giovani e in buone condizioni. Fumo, diabete e alterazioni del profilo lipidico peggiorano la qualità del tessuto tendineo e ne rallentano la capacità di guarigione.
Tra tendinopatia e lesione esiste una differenza sostanziale, che orienta tutte le scelte successive. Nella tendinopatia il tendine è sofferente ma continuo, perché la matrice di collagene si disorganizza, compaiono aree di degenerazione e il tessuto perde elasticità, mentre la struttura resta integra. Nella lesione la continuità si interrompe, in modo parziale quando riguarda solo una porzione dello spessore, completo quando attraversa il tendine da parte a parte.
Il sovraspinato è il protagonista di entrambi gli scenari. La sua inserzione sulla grande tuberosità dell'omero è servita da una zona a vascolarizzazione ridotta, che rende il tessuto più vulnerabile e più lento a ripararsi, e la sua posizione lo espone al contatto con l'arco acromiale a ogni elevazione del braccio.
La risonanza magnetica distingue con precisione i due quadri e aggiunge le informazioni che contano davvero per la prognosi, cioè l'estensione della lesione, il grado di retrazione del moncone tendineo e lo stato di degenerazione adiposa del ventre muscolare. Sono questi tre parametri, più dell'intensità del dolore riferito, a indicare quanto margine biologico resti. Un tendine retratto e un muscolo largamente sostituito da tessuto adiposo segnalano un danno cronico, con possibilità di riparazione ridotte a prescindere dalla tecnica scelta.

La riabilitazione è il primo trattamento in quasi tutte le tendinopatie e in molte lesioni parziali, e nelle lesioni complete resta indispensabile prima e dopo qualsiasi altra procedura. L'obiettivo iniziale è controllare il dolore e recuperare l'articolarità passiva. Solo dopo si passa al rinforzo, perché caricare un tendine irritato in una spalla rigida peggiora il quadro.
Il lavoro si concentra su tre direzioni. Il rinforzo eccentrico dei rotatori esterni, con elastici o piccoli carichi progressivi, riorganizza le fibre di collagene e migliora la tolleranza del tendine al carico. Il controllo scapolare corregge la discinesia che accompagna quasi ogni spalla dolorosa e che da sola può perpetuare il conflitto sottoacromiale. Il recupero della mobilità della colonna dorsale restituisce alla scapola la base su cui scorrere, senza la quale ogni esercizio di rinforzo lavora in una posizione svantaggiosa. Su come il lavoro manuale e l'approccio rigenerativo si sostengano a vicenda abbiamo raccolto altrove il tema della sinergia tra Lipogems e osteopatia.
Vale la pena dire anche che cosa la fisioterapia non può fare, perché è la parte che genera più aspettative disattese. Un tendine interrotto a tutto spessore non si riavvicina con l'esercizio. In quel caso il lavoro riabilitativo migliora il compenso, la forza dei muscoli residui e la qualità del movimento, mentre la lesione anatomica resta. Distinguere l'obiettivo funzionale da quello strutturale evita mesi di terapia impostata sul presupposto sbagliato.
L'indicazione chirurgica nasce dall'incrocio di quattro elementi, ovvero il tipo di lesione, l'età e la domanda funzionale della persona, la qualità del tendine e la risposta al trattamento conservativo. Una lesione traumatica completa in un paziente giovane e attivo viene riparata precocemente, perché il tessuto è di buona qualità e il tempo gioca contro, dato che il moncone si retrae e il muscolo va incontro a degenerazione adiposa progressiva.
Il quadro cambia nelle lesioni degenerative dell'età adulta avanzata. Qui una parte consistente dei pazienti raggiunge un buon controllo dei sintomi senza chirurgia, e la riparazione artroscopica viene riservata a chi conserva dolore invalidante e limitazione funzionale dopo un percorso conservativo condotto correttamente per almeno tre o sei mesi.
Esiste infine la categoria delle lesioni massive croniche, con tendine retratto e muscolo degenerato, dove la riparazione diretta ha scarse probabilità di tenuta nel tempo. In questi casi si valutano soluzioni ricostruttive più complesse, e proprio qui l'attesa prolungata si paga più cara, perché rimandare la valutazione specialistica sperando in un miglioramento spontaneo riduce progressivamente le opzioni disponibili.
L'approccio rigenerativo si colloca nello spazio tra la riabilitazione e la sala operatoria, e si rivolge a chi ha una tendinopatia cronica o una lesione parziale che non risponde più al trattamento conservativo. Lipogems utilizza il tessuto adiposo del paziente stesso, con un prelievo di piccola entità da addome o fianchi in anestesia locale, un processamento con il sistema brevettato che microframmenta il tessuto preservandone la nicchia vascolare e la matrice extracellulare, e un'infiltrazione ecoguidata nella sede da trattare. La procedura si svolge in regime ambulatoriale, dura tra i quarantacinque e i sessanta minuti e permette il rientro a casa in giornata.
Il razionale è biologico prima che meccanico. Il tessuto adiposo microframmentato porta nel sito cellule stromali mesenchimali, fattori di crescita e citochine che modulano l'infiammazione locale e sostengono i processi di riparazione del tendine, invece di sopprimere il sintomo. La tecnologia è stata sviluppata dal Prof. Carlo Tremolada, direttore scientifico di Image Regenerative, e dispone oggi di un'ampia letteratura peer-reviewed sulle applicazioni muscoloscheletriche. Lo stesso principio viene applicato negli sportivi attraverso i protocolli Lipogems Sport, dove la priorità è il ritorno all'attività.
Il confronto con le alternative aiuta a collocare correttamente le aspettative.
Trattamento | Meccanismo | Orizzonte dell'effetto |
Cortisone infiltrativo | Sopprime l'infiammazione locale | Settimane; le somministrazioni ripetute indeboliscono il tendine |
Acido ialuronico | Migliora lo scorrimento e lubrifica l'articolazione | Alcuni mesi, poi il ciclo va ripetuto |
Fisioterapia | Riorganizza il collagene e ricostruisce il controllo motorio | Duraturo sul piano funzionale, nullo sulla continuità del tendine |
Riparazione artroscopica | Riavvicina e fissa il tendine all'osso | Stabile, con recupero lungo e tutore per alcune settimane |
Lipogems | Tessuto autologo che modula l'infiammazione e sostiene la riparazione | Progressivo nei mesi successivi a una singola seduta ambulatoriale |
I tempi cambiano radicalmente a seconda della strada intrapresa, e conoscerli in anticipo fa parte della decisione.
Dopo un'infiltrazione con Lipogems non è previsto un percorso riabilitativo complesso, quindi si evitano antinfiammatori e sforzi per le prime quarantotto ore, poi si riprende l'attività quotidiana e si avvia un programma di esercizio guidato. Il miglioramento è progressivo e si costruisce nell'arco di due o tre mesi, perché segue la biologia della riparazione tissutale e non l'effetto immediato di un farmaco. La stessa procedura può essere impiegata anche come supporto biologico associato all'intervento chirurgico, per accompagnare la guarigione del tendine riparato.
Dopo una riparazione artroscopica il percorso è più lungo e più rigido, con tutore per quattro o sei settimane, mobilizzazione passiva precoce, rinforzo attivo dal secondo mese e ritorno alle attività sportive di carico tra il quinto e il sesto mese.
In entrambi gli scenari la variabile che pesa di più resta la costanza nella riabilitazione. Nell'esperienza del nostro team i risultati migliori arrivano dai pazienti che accettano un percorso graduale e rispettano le fasi, e la valutazione iniziale nelle sedi di Milano e di St. Moritz serve anche a stabilire quale delle due strade abbia senso proporre, insieme a un piano per il recupero post infortunio.
Nella posizione supina o sul fianco interessato lo spazio sottoacromiale si riduce e la pressione all'interno del tendine aumenta, mentre il rilassamento muscolare toglie protezione all'articolazione. È il motivo per cui il dolore notturno viene considerato uno dei segni più specifici di sofferenza della cuffia dei rotatori.
Le tendinopatie e molte lesioni parziali rispondono bene al trattamento conservativo, eventualmente associato a un approccio rigenerativo. Una lesione completa, invece, non si richiude spontaneamente: la riabilitazione può restituire una buona funzione, mentre la continuità anatomica del tendine si ripristina solo per via chirurgica.
La ripresa delle attività quotidiane avviene in pochi giorni, mentre il beneficio si sviluppa in modo progressivo nell'arco di due o tre mesi, seguendo i tempi della riparazione biologica. Il programma riabilitativo accompagna l'intero periodo e ne condiziona il risultato.
Sì. Il tessuto adiposo microframmentato viene impiegato anche come supporto biologico in associazione alla chirurgia, per sostenere la guarigione del tendine riparato e ridurre la componente infiammatoria. L'indicazione viene valutata caso per caso in sede di visita specialistica.
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